Trent’anni di nebbia, silenzi e bugie

Ottancinque morti, centinaia di vite spezzate, una città pugnalata al petto un paese sconvolto. Dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna sono passati tre decenni e la verità è ancora ignota. Non è la sola strage rimasta avvolta nel mistero, però è la sola per cui chi sarebbe delegato almeno a cercare la verità ha smesso di tentare.

I magistrati della procura di Bologna e la stessa Associazione dei parenti delle vittime della strage hanno preferito accontentarsi di una verità di comodo, confezionata senza nemmeno troppa cura dai servizi segreti per impedire, in nome della ragion di Stato, che venissero alla luce gli intrighi internazionali che fecero da cornice alla strage.

Gli allora ragazzini dei Nar erano il capro espiatorio perfetto. Erano fascisti e addossargli la responsabilità del misfatto avrebbe soddisfatto tutti quelli che da anni ripetevano che le stragi erano fasciste. Erano terroristi, e chi avrebbe mai fatto caso a un ergastolo in più o in meno tra i tanti.

Erano privi di ogni potente copertura, e quindi si poteva stare sicuri che nessuno si sarebbe formalizzato a fronte di un impianto processuale che era tutto un’unica, gigantesca falla.

Il gioco è riuscito solo a metà e ogni anno che passa riesce sempre meno. Perché non la destra, ma la miglior sinistra di questo paese, a partire dal Manifesto di Rossana Rossanda, non ha accettato il ricatto antifascista e ha gridato forte e chiaro che quella sentenza era sbagliata. Perché prima i dubbi, poi la certezza dell’errore giudiziario si sono fatti sempre più strada tra chiunque abbia avuto a che fare con quella vicenda: giornalisti, storici, magistrati. Perché la verità che a Bologna nessuno cerca continuano a cercarla, da soli, quegli stessi giornalisti, storici e magistrati o ex magistrati. E pazientemente, tassello per tassello, la ricostruiscono.

Per la procura di Bologna e per il presidente dell’Associazione parenti delle vittime sono tutti traditori, revisionisti, complici dei fascisti, nemici, da colpire e mettere all’indice. Lo hanno fatto per anni, continueranno a farlo e ce ne dispiace. Ma a quei parenti delle vittime vorremmo lo stesso dire che sbagliano, che chi insegue la verità nascosta da una sentenza che la verità occulta è oggi il loro miglior amico.

Andrea Colombo per “Gli Altri”

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