Si ai fichi (ed abbasso i bignè)

Il problema più urgente, il problema contingente per chi ha preteso di guidare questa Città negli ultimi cinque anni è quello di dare un senso non tanto al poco che si è fatto ma soprattutto al tantissimo che non si è fatto o che non si è voluto fare, il riassunto di una inaspettata navigazione a vista, un campare alla giornata che ha stravolto i programmi anche del più fannullone tra gli assessori comunali facendo oltretutto tramontare anche il miraggio del “Lollo forever”, la panacea che dal suo trono, con la sola imposizione delle mani, aveva taumaturgicamente ogni potere racchiuso in se, faceva, disfaceva e soprattutto finanziava. E’ facile fare in poche righe l’analisi di un quinquennio piatto e grigio, di un atteggiamento che ha irrigidito anche i pochissimi fuocherelli di buone intenzioni che via via sono apparsi per estinguersi da soli. Non c’è stato lo sviluppo che tutti cercavano, non c’è stata la semina di una speranza di cui tutti abbiamo bisogno, la speranza di un domani diverso e migliore, disegnato con un atteggiamento personale costruttivo e realistico. Al suo posto un provincialismo tendente al galleggiamento, improduttivo e vincolato agli umori del pupone di turno. Se a questo punto non si è capito di cosa si stia parlando, se si cerca un esempio di quello che si è appena letto è facile rivolgere lo sguardo al Castello di Santa Severa. All’insediamento di questa meravigliosa e giovane amministrazione si sapeva che il maniero sarebbe stato oggetto di attenzione dell’amministrazione regionale, legittima proprietaria e, insieme con l’amministrazione provinciale, finanziatrice dei lavori di restauro e messa in sicurezza. Nessuno, per non perdere l’abitudine, si è preoccupato del destino del maniero, tutti sotto il fico a bocca aperta, nella speranza che il dolce frutto gli cadesse tra le fauci spalancate. Così non è stato e la mano che ha fatto sparire il dolce nettare non è rapace ma la mano del suo legittimo proprietario. A cosa vale adesso urlare e stracciarsi le vesti? Della sorte dei dipendenti del Castello non si è mai preoccupato nessuno, figuriamoci adesso che il trasloco incombe. Il giovane direttore del museo civico è quello che sta meglio di tutti: con la massa di persone che ha tentato in questi cinque anni di fargli le scarpe dovrebbe avere un armadio pieno di calzature nuove nuove e in caso di necessità con il loro commercio potrebbe campare di rendita. L’ammuina appena fatta sotto le antiche mura non ha sortito alcun effetto; la commissione consiliare appena costituita non si è mai riunita ed io questo l’avevo previsto con un certo anticipo ed una costante eleganza mentale. Ormai la disillusione e la protesta sono i sentimenti che prevalgono in maniera diffusa in tutta la cittadinanza con la meta fissata per la metà di marzo, quando dagli armadi si tireranno fuori le urne. Il cambio di rotta che tutti cerchiamo sarà forse più facile di ogni cosa prevista e immaginata. L’inversione di rotta da attuare in maniera drastica prescinderà da un’investitura politica; le ultime vicende di cronaca ci disegnano i partiti tradizionali dilaniati da una lotta condotta a colpi di bonifico mentre il nuovo, più vecchio che mai, subisce una corrosione lenta ed evidente direttamente dalle proprie viscere. In molti mi chiedono quale possa essere la soluzione e per strada, incontrando i miei amici ed i miei concittadini non posso che ripetere sempre la stessa filastrocca. La prossima sfida non sarà quella di mandare a casa i vecchietti, non sarà quella di estinguere i dinosauri ma richiederà semplicemente un salto di qualità, ottenendo consensi in maniera trasversale, rompendo gli steccati e cercando di modernizzare non solo l’amministrazione ma anche il rapporto dei cittadini con il potere amministrativo. Un viaggio che può portare lontano ma che deve cominciare adesso, subito, nel cuore delle persone di buona volontà.

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