E’ ancora un mistero, quello del porto cittadino, mistero ogni giorno più fitto e tentacolare. Tutto sembrava arrivato al capolinea, quando il Consiglio Comunale approvò la nuova convenzione con la società concessionaria ma è ancora inspiegabilmente tutto fermo. C’è un palleggiamento di responsabilità misto ad una grave mancanza d’iniziativa, da ambo le parti, che rende di fatto vano ogni tentativo di migliorare la situazione dello scalo marittimo. La mia posizione, nel tempo, è sempre stata molto ferma: non riesco a dare ragione a uno o all’altro dei contendenti. Il porto deve essere sviluppato, ce lo chiede l’economia cittadina e anche il fatto che ne ha necessità un tipo di utenza talmente particolare che se questa non trovasse soddisfazione nello scalo esistente potrebbe ottenere i permessi necessari a gestirne, dopo aver devastato altre spiagge, un altro in un ‘altra posizione. Capisco anche la posizione di attesa della società concessionaria che da anni non fa gli investimenti importanti necessari allo sviluppo della struttura e intanto incassa i canoni di ormeggio e gli affitti dei locali. Quello che non comprendo è l’atteggiamento dilatorio e abulico del Comune, l’unico che potrebbe battere i pugni sul tavolo in realtà si presenta alle riunioni per le conferenze dei servizi e subisce le continue iniziative giudiziarie della controparte. Da ultimo la società Porto Romano ha rinunciato alle modifiche che aveva apportato alla originaria convenzione per tornare sul progetto primitivo, quello del 2003. Nel far tornale la palla in mano al sindaco la società concessionaria gli contesta i ritardi ed i giri viziosi nei quali le pratiche sono state a mulinare per tanto tempo. Per esempio, una su tutte, la questione dell’assetto della viabilità in entrata ed uscita dalla struttura portuale che secondo la società concessionaria deve ricadere in quanto alla materiale realizzazione, nella responsabilità del Comune. Insomma la favola continua e nessuno dei due contendenti ha fatto un passo in avanti. C’è pendente un ricorso al Tar Lazio dallo scorso anno, ricorso che rende ancora più ingarbugliata una situazione che da sola era abbastanza chiara e limpida. Nel frattempo le sbarre hanno chiuso l’aera portuale e tutte le attività che prima i cittadini svolgevano specialmente d’estate tra le banchine ora sono interdette. Il tempo passa e le situazioni si calcificano e quelli che sono doveri tendono a diventare diritti mentre dei diritti veri nessuno si ricorda più.
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