Se dite sole, cuore e amore allora siete voi quelli che la buttano in caciara. Facciamo invece un esperimento serio, proviamo cioè a descrivere in sole tre parole quello che per voi è stato il 2013 a Santa Marinella. Doveva essere l’anno del cambiamento epocale, quello delle rivoluzioni popolari, quello nel quale la sovranità doveva tornare al popolo ed invece nulla è cambiato e stiamo peggio di prima. Ma non voglio influenzarmi, quando scrivo mi faccio spesso prendere la mano. Allora, istruzioni per l’uso. Il “gioco” si svolge in due parti. Chi vuole può segnalare le tre parole che secondo lui caratterizzano l’anno cittadino che si sta chiudendo mandandole via mail a treparole@perladeltirreno.info. Le parole verranno raccolte in una piccola lista che sarà esposta su queste pagine e ogni parola potrà essere votata dai lettori. Le tre che raggiungeranno più punti saranno “elette” parole dell’anno 2013. Dopo la rituale proiezione della “Corazzata Potemkin” seguirà dibattito.
Archivi del mese: dicembre 2013
Siamo il culo sulla sedia ( il dramma, la commedia)
Avete ragione, criticare è molto facile, specialmente da una posizione privilegiata come la mia, dalla posizione cioè di chi non ha mai chiesto né ottenuto nulla da un amministrazione comunale sempre con la borsa in mano e pronta a centellinare le risorse non per il bene collettivo ma per il privilegio di alcuni. Come dite? Sono ricaduto nella critica “non costruttiva”? Certo che non è costruttiva, mica faccio il costruttore, io, mica sono assessore. A proposito di assessori, circolava una battutaccia, qualche giorno fa, che recitata più o meno così: “sapete perché a Santa Marinella non esiste l’associazione dei costruttori edili? Perché stanno tutti in giunta comunale, l’associazione già c’era e non c’era bisogno di inventarsene un’altra” ( non è farina del mio sacco, giuro, la riporto così come l’ho sentita, signor giudice, per dovere di cronaca). A proposito di giunta e di critiche costruttive una cosa è stata fatta, sette mesi non sono passati invano come credevo, come ero invece certo. Sarà pubblicata a giorni la delibera con la quale vengono abrogati i dieci rioni nei quali, nel tempo, era stata suddivisa la Città, e le zone urbanistiche vengono ridisegnate e denominate un’altra volta. E’ un segno dei tempi, dei nuovi tempi. Certo, avere tanti architetti in giunta ha effettivamente un suo perché, diamo tempo al tempo. Prima avevamo un assessore all’urbanistica che aveva promesso di portare i monti al mare, che avrebbe rifatto il piano regolatore cittadino, che avrebbe risanato le borgate, che avrebbe dato case a chi ne aveva bisogno. Poi di tutti questi bei discorsi non se ne è fatto nulla ma l’importante è pianificare, mettere le persone giuste al posto giusto, quello probabilmente era capitato li per sbaglio, non era nemmeno laureato, non come tanti volti nuovi che raccontano di essere titolati e questi titoli non li hanno. Ma questo è un altro discorso, che magari affronteremo nei prossimi giorni, carte alla mano. Torniamo a parlare di urbanistica e del modo, diciamo, aggressivo con il quale questa giovanissima amministrazione intende cambiare il volto di questa Città, già bella di suo. Due righe per sbieco e la Città si divide in quattro nuovissimi quartieri, come nella migliore tradizione fascio-dance, questi ragazzotti con la celtica sotto la canottiera che si salutano tra loro stringendosi l’avambraccio, danno il nome di cardine e decumano alle due linee che taglieranno Santa Marinella. I quartieri saranno quattro dai nomi suggestivi: Chinatown, Las Vegas, Slum e Scampia. Dove sono andati a pescare tanta originalità non lo sappiamo ma bisogna dire che questi volitivi ragazzi faranno strada. In effetti chiudono le botteghe, sicuramente simbolo di un lavoro onesto e poco remunerativo che appartiene al retaggio di una storia cittadina che fu. Al loro posto negozi dai nomi orientali che guardano ammiccanti verso la new economy dagli occhi a mandorla, che sorridono ad un sole che più levante non si po’, quel sole che ci leva l’ossigeno, che ci fa annaspare, che genera conflitti e tragedie, impone uno stile di vita che non è il nostro ma che dobbiamo imparare in fretta per sopravvivere. Superato il primo cardine troviamo la città della gioia, dove al posto di negozi di alimentari o di vestiario ci sono i piccoli mondi dell’assurdo, i posti dove, sputtanando semplicemente con quattro botte alla manovella un mese intero di pensione, abbiamo la possibilità, per i dieci minuti nei quali mezzo stipendio entra da quella fessura, per rincoglionirci di sogni impossibili canticchiando il famoso ritornello “se potessi avere mille lire al mese”. Gioia infinita per i proprietari delle mura del negozio, goduria magistrale per il gestore delle macchinette, inferno in terra per tutti gli altri. Saltando nell’altro rione ci accorgiamo di come le strade siano diventate impossibili da percorrere senza farsi male o sfasciare i nostri mezzi, l’acqua non è potabile, i rifiuti vengono raccolti male ed a singhiozzo, le pulizie sono un miraggio, la sicurezza un’illusione. L’unica industria fiorente è quella del borotalco, ci stiamo adeguando in maniera militare agli usi e soprattutto ai consumi di certe grandi città perché vogliamo sembrare grandi. Se questo è il nuovo, se questa è la città smart che ci hanno promesso solo un anno fa voglio sentitamente ringraziare la nuova giunta comunale e passare la mano, svegliarmi da questo brutto sogno prima possibile. Se questo è il nuovo io non ci sto.