E’ profondo e saccente Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, quando nell’articolessa sdraiata oggi su Repubblica recita una pacata omelia sulla questione morale e sulla politica del futuro. Lui insiste, da uomo di sinistra e da studioso di diritto, nello sposare la politica con la morale interiore dell’uomo e ad accomunare i fattori collettivi con quegli impulsi che tendono a diversificare e stratificare le comunioni umane. Su tante cose le strade di chi scrive e di Pisapia sono e saranno divergenti ma il principio secondo il quale, con un’analisi banale e superficiale, lui disegna la classe politica attuale molto vicina a quella della “rivoluzione” del 1992 è evidente in maniera assolutamente elementare. E’ necessario ed urgente un innalzamento dei valori morali ed un ricambio che se pur più volte annunciato non è mai avvenuto, a tutti i livelli. Gli illeciti, grandi o piccoli che siano, maturano con la permanenza al potere sempre degli stessi soggetti, che del potere invece di farsi servi si illudono di essere padroni. E’ il cambiamento che si invoca ormai da troppo tempo a diventare la prima esigenza di questa nuova stagione, lo stesso cambiamento che si è sempre annunciato, sbandierato e poi regolarmente rimandato. Prendiamo l’esempio di questa bella città. La falla dell’attuale amministrazione è riassumibile in tre concetti: mancanza di programmazione, di iniziativa e di discontinuità. Senza programmazione ed iniziativa una città e la società che la città abita e vive non cresceranno mai, ma la mancanza di crescita potrebbe anche essere una mossa politica, sciagurata ma pur sempre una mossa politica. Quello che ormai tutti vanno ripetendo con foga è che l’attuale amministrazione è evidentemente il seguito pedissequo di tutto il nefasto che ha caratterizzato la gestione cittadina del Faraone. Dove Tidei ha sbagliato questi hanno consapevolmente perseverato, in maniera a volte ingenua, ma senza dimostrare a cittadini ed elettori che rompere gli schemi perversi di una politica appiattita sull’interesse di pochi non sarebbe stato cosa difficile. Non ci hanno nemmeno provato, pulendo i cassetti del Faraone da tutti i progetti che questi aveva cantierizzato e portandoli fino alla fine, senza alcun contributo personale, senza fantasia e soprattutto copiando lo stesso metodo fatto di prepotenza, arroganza, pressappochismo e tanta tanta faccia tosta. Chi pretendeva di cambiare alla fine non ha cambiato nulla. Non si tratta di porre vincoli anagrafici alla permanenza al potere, non serve porre un blocco alla candidatura di chi da trent’anni cerca solo di coltivare il proprio narcisismo. Servono uomini veramente nuovi, idee veramente nuove, interessi collettivi da valorizzare e progetti da condividere. Farsi i fatti propri è facile e redditizio; lavorare per il bene della città è tutta un’altra cosa.